Sdruciololungolescale

by admin-aneb on 11 dicembre 2014

Introduzione

Balbuzie. Una sperimentata tecnica ortofonica consente di guarirla. Un corso di diciotto [oggi 14, ndR] giorni, seguito da qualche week-end di perfezionamento, consente una corretta pronuncia anche delle parole più difficili. Il ritmo musicale impresso alle sillabe alla base del successo. Ce ne parla il professor Antonio Marrama, ex-balbuziente.

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Le statue del Duomo sono lì, davanti al vetro della finestra, e mi accorgo che le sto guardando per la prima volta. Eppure sono vent’anni che abito a Milano. Cerco di comprendere cosa vogliono dire: l’Angelo, il profeta, forse a saper guardare c’è anche l’alchimistra, come a Notre Dame di Parigi.

Il brusio dei ragazzi dietro le mie spalle tace d’un tratto. Già, sono qui per seguire le lezioni che il professor Antonio Marrama impartisce ai giovani balbuzienti per correggerli nel loro handicap. Balbuzienti? Non m’ero neppure accorta che fossero balbuzienti. Infatti questi ragazzi parlano benissimo, senza intralci, senza intoppi, così che le statue del Duomo sono riuscite a distrarmi da loro. Eppure questi giovani sono balbuzienti o, meglio, lo erano fino a luglio dell’anno passato.

Il corso che svolgono qui, ogni primo week-end del mese, è solo un corso di perfezionamento, come dire, di “stabilizzazione”, perché non dimentichino la tecnica che hanno appresa. Il professor Marrama li divide in gruppi di quattro, cinque, ciascuno affidato a un istruttore, e fra gli istruttori c’è anche lui.Quest’uomo ha preso il suo compito come un dovere sociale: da ex-balbuziente qual era, sa bene i problemi che un giovane che incespica nelle parole, i suoi rossori al momento dello iato, il suo imbarazzo, i complessi malcelati che affondano le radici in più vecchie problematiche.

“Infatti”, dice il professore, “alla base della balbuzie c’è quasi sempre uno scompenso di ordine psicologico, un inibizione che sopravviene spesso per uno shock affettivo; un disturbo di origine nervosa, insomma, che non altera gli organi vocali ma impedisce il loro corretto funzionamento. In genere esso persiste fino alla pubertà poi scompare; ma in certi soggetti perdura e anzi si aggrava.”Tuttavia la percentuale di bambini che rimangono balbuzienti anche da adulti è appena del 5 per cento.

Domanda. Per questo, professore, i suoi allievi sono giovani e giovanissimi, come vedo. E per lo più di sesso maschile. Su quindici ragazzi infatti, sono presenti solo cinque ragazze.
Risposta. Si i maschi sono più timidi e sensibili. In entrambi i sessi a ogni modo, ho constatato in genere un’intelligenza superiore alla media: i soggetti più riflessivi e sensibili sono più facilmente attaccabili dalla balbuzie. Se ci fa caso il disturbo, che non è una malattia, viene esagerato dalle emozioni. C’è anche chi sostiene che la causa sia da ricercarsi in una una non buona lateralizzazione celebrale e in certi casi di mancinismo la bablbuzie è infatti frequente. C’è chi fa diperndere il disturbo da uno sviluppo ritardato dei centri cerebrali del linguaggio, teoria che non condivido perché quando il soggetto è calmo, non emozionato, parla normalmente. Per me la causa psicologica è la più attendibile.

Domanda. Lei fa dunque psicoterapia?

Risposta. Assolutamente no. Io insegno una tecnica ortofonica, quella che fu insegnata a me, balbuziente per tanti anni e che ho ampliato e perfezionato. E’ un metodo che consiste in esercizi fonici composti di tutte le possibili sillabe esistenti nel nostro linguaggio, e che vengono modulate in modo che l’ultima sia agganciata alla prima. Il tutto pronunciato con grande lentezza. Il balbuziente, infatti, per afferrare le sillabe e non lasciarsele sfuggire, tende a correre: e così cade. E’ una questione di ritmo: se ci fai caso, questo problema non compare quando si canta; applicando al linguaggio il principio del canto, la balbuzie scompare. Ha presenti i vocalizzi che fanno fare agli allievi delle scuole d’arte drammatica?

Domanda. Si certo. E mi ricordo che ho sentito Tony Renis, per esempio, balbettare terribilmente nel corso di un’intervista, ma mai quando cantava. Mi faccia sentire qualcosa.

Risposta. Il professore si avvicina al suo gruppo e chiede ad un ragazzetto sui dodici anni: “Come si chiama la tua mamma?”, prolungando le vocali, forzandone l’accento e legando una parola all’altra, con una chiara scansione che ricorda, lentezza a parte, quella della metrica latina e greca. Risponde il ragazzo: “La mia mamma si chiama Giovanna”. Proprio come in un canto il professor Marrama accompagna domande e risposte con gesti ampi, lenti e decisi delle braccia, da bravo direttore d’orchestra.

Domanda. Professore, ma poi i ragazzi non rischiano di parlare sempre così?

Risposta. Certamente no, altrimenti tolto un difetto ne assumerebbero un altro; un po’ alla volta si va sempre meno lentamente e la scansione diventa sempre meno sensibile. Resta il concetto del ritmo.

Domanda. E quanto tempo occorre per eliminare il difetto?

Risposta. Il primo ciclo consiste in diciotto [oggi quindici ndR] consecutivi di sei-sette ore quotidiane di lezione, e si tiene in luglio, periodo in cui le scuole sono chiuse, in una località che può cambiare di volta in volta. Negli anni passati ho tenuto il corso nel norad ad Arnio, a Piancavallo, a Casargo, a Civenna ma anche in centro Italia, a Pescara, giacchè io abito e lavoro a Sulmona. Dopo questo ciclo, in teoria gli allievi sono già in grado di parlare normalmente. Ma poichè si tratta di una tecnica “imposta”, è opportuno che almento per un anno, un week-end al mese, la rinfreschino. Ecco perché vengo regolarmente a Milano ogni primo week-end, per un ripasso generale, che non li faccia ricadere nelle vecchie abitudini. E’ ovvio che se diciotto giorni possono bastare per apprendere un metodo, sono insufficienti per forzare definitivamente un istinto naturale, e il richiamo mensile dà la quasi certezza che l’allievo non abbia il tempo di dimenticare ciò che ha imparato.

Domanda. C’è un numero limite di allievi per ogni corso?

Risposta. Si è necessario fermarsi a quindici, perchè il corso sia individuale e il contatto più diretto. Poichè il problema della balbuzie è, come ho detto, di ordine psicologico, la lezione collettiva non spinge l’allievo a uscire allo scoperto, mentre se l’istruttore si rivolge a ciascuno individualmente il ragazzo deve rispondere da solo, senza appigliarsi alla sicurezza che gli viene dal gruppo. E gli istruttori volontari sono tutti ex balbuzienti, che riescono a comprendere i problemi di chi ha sofferto il loro stesso disagio.

Domanda. Sono richieste un’età minima e un’età massima per poter frequentare il corso?

Risposta. Minima si, e sono i dieci-undici ani perché un bambino di età inferiore, non sentendo in genere il problema, si lascia andare, non mette a profitto ciò che gli viene insegnato. Età massima non c’è, anche perchè quei pochi adulti rimasti bablbuzienti non si preoccupano più del difetto.

Domanda. Professore, lei insegna francese nelle scuole medie: la sua tecnica è applicabile anche alle lingue straniere?

Risposta. Si, certo. Basta fare l’elenco di tutte le possibili combinazioni sillabiche della lingua così come io l’ho fatto per l’italiano, partendo dalle più semplici. In italiano si parte da uà, ià, oè e si arriva alle più complesse svrà, sdlà eccetera: lei non immagina che fatica costa a un balbuziente pronunciare certi suoni per gli altri normali.

Domanda. Mi racconta un episodio significativo legato al suo passato di balbuziente?

Risposta. Sono stato esonerato dal servizio militare: lei mi dirà che cosa c’entra la balbuzie con le marce e gli esercizi fisici. Infatti non c’entra; ma per i balbuzienti c’è l’esonero in quanto il loro difetto può essere “contagioso”. Spesso la balbuzie insorge per involontaria imitazione.

Sorride, il professore che parla il francese correntemente come l’italiano; da una parte della stanza i suoi due assistenti “rinfrescano” le regole del ritmo ai ragazzi. Chiedo a Fabio Colombini, uno dei due quanti anni ha, qual’è la sua professione e perché fa l’assistente volontario.

Ho 27 anni, mi sono laureato in agraria e insegno in un istituto tecnico agrario a Noverasco. Sono sempre stato molto emotivo e fino a dodici anni balbettavo terribilmentente. Poi ho saputo di questo metodo, e già dopo il primo corso ho avuto un notevole miglioramento. Oggi, pur essendo sempre emotivo, posso dire che aver elimato la balbuzie dà una carica psicologica notevole. In più, l’insegnamento mi ha costretto al confronto con gli altri e adesso comincio ad apprezzare i vantaggi del mio lavoro. Questo corso l’ho rifrequentato svariate volte, anche perché si può ripetere quanto si vuole gratuitamente, e poi ho cominciato a dare una mano al professore per aiutare chi soffre il problema che anch’io ho sofferto. D’altra parte non è possibile insegnare qui se non si è stati balbuzienti, non si capirebbero i problemi degli allievi.

Riprendono le lezioni interrotte. Non sento più “La mia mamma si chiama Giovanna” ma si passa a “sdrucciolo lungo le scale” e mi rendo conto per la prima volta che non è così facile dire “sdrucciolo”. Distratti, ci accorgiamo delle cose più evidenti soltanto quando il caso ce le pone di fronte. E qui, dietro le mute statue del Duomo, le parole più banali assumono il senso delle parole d’amore.

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